Cronaca di un piatto di pasta al pesto

Pensiamo mai, alle origini e a quali storie abbiano da raccontarci i cibi che ci ritroviamo al supermercato, e di conseguenza nel piatto? La risposta, senza troppa supponenza, penso sia molto spesso negativa.

Ebbene, oggi vi racconterò il percorso di un vasetto di pesto, ma non un pesto che trovate normalmente negli scaffali del supermercato, fatto dozzinalmente, senza tante cure e in modo snaturato… il pesto in questione, è fatto con ingredienti di qualità, con un basilico biologico e, diciamo a kilometro zero, seguito in tutta la filiera, ma anche con olio di oliva delle zone, e soprattutto con ingredienti “immateriali” che contribuiscono all’ottima resa finale.  Infatti, il suddetto pesto è stato miscelato con amicizia, allegria, felicità, affetto amicale e familiare, ricordi, eventi importanti e gesti quotidiani.

Cercherò di spiegarmi meglio: il basilico con cui è stato fatto questo pesto durante la scorsa estate, ha una lunga storia alle spalle che inizia almeno un anno prima: infatti, il basilico che è cresciuto nella sua piantina quest’estate, l’anno scorso non era altro che una manciata di piccoli semini neri, racchiusi dentro a un barattolino di materiale organico.  Questo barattolino e il suo frazionato, piccolo, contenuto era l’originale bomboniera del matrimonio di una cara amica, da cui ho avuto l’onore e la gratitudine di esser scelta anche come testimone.

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(l’immagine delle bomboniere è stata gentilemente presa in prestito dagli scatti impeccabili fatti da Panelibrienuvole 🙂 )

Aprendo l’involucro, una volta tornata a casa, però, ho visto che il periodo consigliato per la semina era passato, così ho preferito aspettare il momento più opportuno.

Così, una volta arrivata la stagione indicata, ho preso il vasetto, i semi e la compressa di terriccio, ed ho proceduto alla semina del famoso basilico…

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Inizialmente, dopo pochi giorni, si sono affacciati dalla terra dei timidi germogli verdi brillanti, poi, non so bene per quale motivo, alcuni si sono afflosciati su loro stessi, e di conseguenza seccati, per fortuna la lungimiranza del babbo mi aveva fatto dividere in due parti i semini (che erano abbastanza da poterne fare due gruppetti) e quelli piantati in un vaso più grande, anche se con un po’ di stenti, sono riusciti a crescere in alcune piantine (poi trapiantate nell’orto).

Le piccole piante, bagnate dal sole e dall’acqua, una volta raggiunto il loro splendore massimo, ovvero in piena estate, sono state colte dal babbo, e trasformate in un buonissimo pesto fatto appositamente per me senza formaggio, dalle sapienti mani della mamma (una delle quali immortalata a trabocchetto nella foto sottostante :D).

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Non so con precisione le dosi, perchè non ho potuto seguire la preparazione della ricetta passo passo, dato che ero a lavoro, ma  una volta tornata a pranzo a casa ho trovato un gustosissimo piatto con un pesto che possiamo, se volete, anche definire vegano, in quanto non conteneva formaggio, ma, secondo me, senza andare a scapito della bontà. Inoltre, pensando a tutto il percorso e al trascorso che c’è stato alle spalle di quello specifico piatto di pasta al pesto, il sapore è arricchito notevolmente anche da tutta la sua ricca e bella storia, iniziata molti mesi prima e che ha interessato tanti aspetti e coinvolto una marea di cose e persone.

Gli ingredienti (senza dosi) per una pasta al pesto simile sono:

  • foglie fresche di basilico,
  • patate lesse
  • un cubetto di ghiaccio (dicono serva a non far annerire il composto)
  • sale grosso
  • fagiolini lessi
  • pinoli
  • olio di oliva
  • più tanti altri ingredienti immateriali che ho precedentemente citato nel racconto 🙂

Frullare con un mixer o tritatutto gli ingredienti fino a renderli una crema vellutata e omogenea. Condire, poi, la pasta calda appena scolata dall’acqua di cottura, ed ecco un buon (in tutti i sensi) piatto di pasta al pesto

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Gustatevi tutto il sapore delle cose buone, che fanno bene al fisico e al cuore!

Buon appetito! 🙂

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Concertando – FSG dal vivo

Sin dagli esordi di questa riunione (Fabi, Silvestri, Gazzè) che da subito mi era apparsa come una cosa bella, ho seguito sui social network il procedimento e la realizzazione di questo progetto a sei mani e tre cuori, e fin dall’inizio avevo pensato “appena fanno la tourné voglio andarli a sentire!” E ho fatto proprio bene, insieme a una mia amica. 🙂

Tre amici cantautori, diciamocelo, parecchio bravi e dall’animo gentile e sensibile, si sono ritrovati per realizzare non solo un cd insieme e una serie di concerti live in giro per l’Italia e mezza Europa (l’ordine è contrario, ma vabbè 😉 ), quindi un viaggio musicale in tutti i sensi, ma hanno anche condiviso un viaggio in Sud Sudan insieme all’associazione Medici con l’Africa, associazione che supportano anche con i loro concerti, altro punto a favore. La musica, che già fa bene di suo, si espande con un’onda di bene e carità verso altri meno fortunati.

Arrivi al palasport e trovi un palco essenziale e semplice, come loro, ma funzionale e pronto ad essere varcato dai tre e dai musicisti e ad animarsi, così, sotto le loro note e orme. C’è un cubo bianco in mezzo, le cui pareti a inizio spettacolo si aprono, e come un regalo spuntano i tre cantautori che imbracciano i loro strumenti, anch’essi minimi…ma come vanno sotto le loro mani! 🙂

Si crea da subito una bella atmosfera, calda e amichevole, tra loro stessi e tra loro e il pubblico il quale non si nega a cantare, almeno nei ritornelli, o nelle strofe più conosciute. Poi quando i tre scendono dal cubo, spiegano che quel piccolo palco ricorda i loro esordi: i locali, gli spazi minuti degli inizi, prima di giungere a eventi e luoghi più grandi e importanti, che acquistano così un sapore maggiore, perchè arrivati con il tempo, il lavoro e la costanza, senza per questo far dimenticare loro le origini.

Si alza poi un telo alle loro spalle, dove con dei fari colorati si illuminano i musicisti, un bell’effetto ottico, anche questo semplice, ma che crea un grande impatto, a me è piaciuto tanto!

Con semplicità, umiltà, divertimento e simpatia i tre vanno avanti, quando accompagnati dai musicisti, quando da soli a suonare e intrattenere il pubblico per quasi tre ore, fra canzoni nuove e vecchi successi. Emerge la bravura, la passione e la volontà di dare al pubblico qualche momento speciale dove unirsi tutti insieme in cori e battiti di mani (il concetto dell’essere tutti insieme uniti e dell’altruismo è una cosa a cui tengono molto e che traspare dal loro gruppo, dai testi, dalle loro parole durante gli intermezzi e da alcuni video che vengono proiettati, ogni tanto, alle loro spalle). E fra un’uscita e l’altra, quasi come volessero non lasciare il pubblico in modo brusco, ma iniziare a dargli l’idea che lo spettacolo sta quasi per terminare, così che il distacco sia un po’ più leggero, verso la fine del concerto viene proiettato un filmato “la preghiera del clown”, che si fa intendere un po’ quasi come un “testamento” che fanno proprio. Emerge il senso di gratitudine di poter fare e la speranza di continuare il loro mestiere, cercando di donare sorrisi e momenti di felicità al pubblico e impegnarsi in qualcosa che renda il mondo un posto più bello e felice.

Fabi, Silvestri, Gazzè, cantanti e musicisti di alto livello (accompagnati da musicisti altrettanto bravi), persone belle e positive, anche al di là delle loro capacità artistiche, cosa che traspare dal loro vissuto, dai racconti, dalle loro facce da bravi ragazzi (oramai uomini). Un concerto che lascia belle sensazioni e un po’ di nostalgia (visto che si dice che quest’esperienza non sarà ripetuta).

Fabi, Silvestri, Gazzè, due dei quali diversi anni fa furono chiamati a suonare (in occasioni separate) anche alla festa dell’unità del mio paese e di cui conservavo già bei ricordi (Tra l’altro la madre di uno di loro, mi ricordo ancora il suo racconto quando venne a suonare qua, è originaria proprio di una frazione del mio paese, ed è bello pensare che ci sia un po’ di quest’aria e di questa terra anche in lui! 🙂 ) e uno di cui, non avevo avuto mai occasione di ascoltarlo dal vivo, ma anche lui ha saputo conquistarmi e mi è piaciuto molto, e sicuramente dopo questo concerto tali ricordi saranno ancora migliori!

Fabi, Silvestri, Gazzè sono una miscela di elementi già forti se presi ognuno nel suo, ma insieme fanno davvero il botto! Un concerto bellissimo che rimane nel cuore, oltre che nelle orecchie! Concludo con il mio augurio per il futuro, per le vite professionali e personali a loro tre, se lo meritano davvero! 🙂

Aggiungo qualche foto, purtroppo non sono venute bellissime, ma come dice il testo di una canzone di uno di loro “costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione”, e allora diciamo che faccio mie queste parole e a tale perfezione ci rinuncio anche io 😀

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m’illumino di meno

Avevo sentito parlare di questa iniziativa che esiste da alcuni anni e che cerca di sensibilizzare le persone al risparmio energetico e a non sprecare importanti risorse, che oggi diamo per scontate, ma che una volta non lo erano e non è detto lo siano nemmeno in futuro. Avevo visto negli anni precedenti dei servizi alla televisione che mostravano che nelle principali città spengevano per un’oretta (la durata più o meno dell’iniziativa, che ho letto esser stata proposta da Radio2) i principali monumenti come adesione alla causa.

Quest’anno ho voluto partecipare anche io, che nel mio piccolo cerco sì di stare attenta ai consumi, ma inevitabilmente, di sprechi ne faccio anche io, e così anche per compensare i momenti in cui uso male l’elettricità, il 14 febbraio, giorno in cui quest’anno cadeva M’illumino di meno, per circa un’ora sono stata a un romantico lume di candela.

Lì per lì, appena uno spenge la luce elettrica che è abituato avere sempre a disposizione, rimane un po’ disorientato e viene da pensare “e ora che faccio un’ora al quasi-buio?” e riflette anche sul fatto che fino a non poi molti anni fa nelle case non c’era luce né elettricità, e una volta che il sole tramontava le cose che si potevano fare diminuivano sensibilmente, senza considerare che senza elettricità non funzionano nemmeno i nostri tanto amati apparecchi (che tra l’altro, all’epoca nemmeno esistevano). Certo, c’erano le bellissime riunioni intorno ai focolari tra familiari e vicini, ma a parte questo la poca luce che dava qualche candela o lampada ad olio non permetteva di certo di far chissà cosa.

Però, pensieri a parte, mi son detta proviamo a sfruttare comunque quest’illuminazione che c’è, ho preso un quaderno e una penna e mi sono messa vicino alle candele, e tutto sommato la visibilità era abbastanza buona, così ho provato a scribacchiare qualcosa…e in più ho scattato anche qualche foto alle mie candele (per fortuna la batteria della macchinetta era carica). Se si azzera il pregiudizio della difficoltà che si incontra al non avere elettricità a disposizione, ci si può comunque trovare qualcosa da fare, e il fatto di stare in una stanza illuminata soffusamente ha anche il suo lato piacevole…ovvio, la comodità e la praticità dell’elettricità ha i suoi vantaggi, ma anche una fiammella con il suo calore, con i suoi toni caldi ha un effetto positivo, almeno ogni tanto…e una volta all’anno si può fare tranquillamente! 🙂

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Quindi ci si può illuminare d’immenso (citando Ungaretti dalla cui poesia penso abbiano tratto il nome dell’iniziativa) ugualmente, anche illuminando di meno le nostre stanze e, soprattutto, evitando gli sprechi! 🙂

Azzurro sopra alle nuvole

A volte ci sono parole o frasi dette durante le conversazioni che, non si sa bene per quale motivo, colpiscono in qualche modo, solleticano, provocano un senso di meraviglia, destano l’attenzione e impegnano i neuroni che si mettono lì a ripeterle, a ripensarle, a dirsi “oh, mi piace!” 🙂

Oggi mentre ero a pranzo con i miei, la mamma guardando dalla finestra e commentando la situazione metereologica odierna particolarmente cangiante  se ne esce e fa: “però è azzurro sopra alle nuvole!” Sbam! Subito mi è entrata questa frase nella testa. E’ estremamente semplice, sarà comune, però è anche terribilmente bella! “E’ azzurro sopra alle nuvole!” Basta dirlo che rasserena l’animo. Me la sarò ripetuta già non so quante volte!

Così come la frase, mi piace guardare e fotografare (a volte) il cielo celeste con le sue nuvole che si ammassano, vederle come si spostano e come vengono trasformate dall’aria, in certi casi anche nel giro di pochissimi secondi. Pertanto, allegando due immagini che ho provato a scattare al suddetto azzurro sopra alle nuvole (purtroppo venute non molto bene), questa frase diventerà il mantra di oggi! 🙂

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Per concludere metto una citazione di una poesia di Mariangela Gualtieri che ho trovato su internet pochi giorni fa, che parla di occhi che guardano l’azzurro sopra alle nuvole…(l’avevo detto che ‘sta frase mi era piaciuta! 😀 )

“Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.”  (M. G.)

Spuntano le sorprese…non è mai troppo tardi!

Da apprezzatrice-supportatrice di sorprese, oggi sono rimasta piacevolmente colpita e contenta di una cosa.

Qualche mese fa abbiamo piantato dei pinoli in alcuni vasetti (evento peraltro raccontato qui) e dopo qualche giorno da quando erano nati i primi, avevo provato a sotterrarne qualcun’altro, sperando che spuntassero come avevano fatto gli altri…ma invece, aspetta una settimana, due, tre…un mese, due mesi, niente, non c’era stato nessun germoglio verde, nessun segno di vita dai pinoli della seconda mandata, li chiamo così, per contraddistinguerli.
Finchè oggi, la mia mamma mi ha fatto notare che sono spuntati dei ciuffetti verdi…devo esser sincera, non me l’aspettavo proprio più, perchè era ormai parecchio tempo che li avevo piantati, e pensavo che il freddo, la troppa acqua, la nebbia li avessero ormai compromessi, e invece sono nati (con mooooolta calma in più rispetto alla scorsa volta) cogliendomi di sorpresa e facendomi questo regalo.

E’ stata una cosa bella e poi, se c’hai la testa che naviga, ti metti a pensare che nella vita è tutto un po’ così, e questo accresce la sua bellezza nonché il suo mistero, perchè non si può mai sapere fino alla fine, non si può dire che è troppo tardi, che non ce la facciamo, che non è più possibile, che è perso e cose similari, perchè tutto ci può spiazzare e sorprendere con colpi di scena, con eventi inaspettati e con cose imprevedibili.

Oggi la sorpresa è la vita che viene fuori dai pinoli a rallentatore! 😉

 

Leggere e interpretare i segnali (alias l’importanza di esser lesto)

I segnali, come ben saputo e riconosciuto da tutti gli automobilisti  e dalla motorizzazione civile sono importanti, anzi, fondamentali, anche se, diciamocela tutta, chi è che non ha mai fatto finta di non vedere un divieto di sosta o che non ha imbucato un senso unico contromano? Se non l’avete mai fatto, complimenti davvero, non è cosa da poco!

Insomma i segnali, stavamo parlando di quelli stradali, sono molto utili, anzi, necessari ed è pertanto fondamentale conoscerli e rispettare quello che comunicano. E infatti prima di ricevere la patente per un veicolo andiamo a scuola, dove ce li mostrano, ce li insegnano, insieme a una serie di altre informazioni tipo come funziona un motore e da quali parti è composto…cosa che quasi nessuna donna riuscirà a intendere per bene [forse una su un milione (come cantava Britti, ma non penso che la sua fosse una canzone-ode per una donna meccanico 🙂 ). Tutte le altre (compresa la sottoscritta) al massimo spremendo le loro meningi e sottoponendole a sforzi enormi, spingendo al limite massimo i propri neuroni riusciranno a malapena a incamerare quattro barra cinque informazioni stringate, anzi, più che altro direi nomi in ordine sparso fra cui pistoni – spinterogeno – cavalli (che non sono né gli equini né una griffe di vestiti e accessori) – cilindri (che non sono cappelli da mago…il prestigio qui è già riuscire a ricordarsi queste cose) e…basta, senza per questo intendere:

A) cosa siano

B) dove siano collocati

C) a cosa servano

e questo non perchè le donne abbiano minori capacità cognitive, ma semplicemente perchè non lo ritengono necessario, tanto il motore è una di quelle poche cose per cui quando c’è necessità o qualche problema si rivolgono agli uomini, e semplicemente non vogliono toglier loro anche queste piccole soddisfazioni; praticamente anche dietro a questo si cela l’animo caritatevole delle donne.

E infatti, a parte il motore, i segnali le donne li imparano molto bene e velocemente, tanto è vero che poi anche fare i quiz per prepararsi all’esame di teoria diventa quasi una cosa divertente, e riescono a incassare pochi errori, raramente fuori budget-promozione.

Quando però non si tratta dei segnali stradali, come se la passano uomini e donne? Beh, qui l’argomento diventa più ostico, anche perchè è più difficile capirli e interpretarli, e non esiste nemmeno una scuola che aiuti a impararli o che dia un minimo di infarinatura…niente, pertanto vengono riconosciuti, decodificati e appresi (ma non è detto sempre, a volte sono necessari più ripassi, o diversi giri, stile trottola, alle rotonde) di man in mano che si incontrano e si affrontano.

A volte sono utili gli esempi e i resoconti degli altri, ma anche in questo caso non sempre, altre volte, invece, il paragone e le somiglianze sono fuorvianti e non portano agli stessi risvolti per tutti, quindi tanto per usare una metafora di scuola guida, quello che è un senso unico per alcuni potrebbe essere per altri un divieto, mentre per altri ancora un senso invertito o un dare precedenza.

Quindi, negli altri ambiti, è un po’ come dire che i segnali vanno, purtroppo o per fortuna, censiti un poco alla volta, senza grandi preparazioni e la patente si riceve solo alla fine della corsa, quando si ha il bagaglio (o in questo caso il bagagliaio 😉 ) pieno delle proprie esperienze, dei propri segnali, delle gioie e dei dolori [che d’altronde tanto per ritornare in tema che cade a fagiolo, non sono da sempre abbinate al binomio donne e motori? (detto che mi pare tra l’altro un po’ maschilista, in quanto in questo penso che la parità dei sessi sia stata raggiunta egregiamente 😉 )]

Che aggiungere? Buone scuole guide e non a tutti! 🙂

cartello(foto di immagini divertenti) 

Piccoli pini crescono

Fino a qualche anno fa abitavo in un condominio che aveva anche degli spazi verdi comuni e una fila di pini che costeggiavano la strada retrostante, alle ombre dei quali nel corso degli anni ho giocato, raccolto pinoli e fatto merenda, sbucciato ginocchia, riposato, frescheggiato…insomma per me quei pini sono stati dei compagni di vita. Siamo un po’ cresciuti insieme, in quanto erano stati piantati più o meno negli anni in cui sono nata, fin quando circa quattro anni fa sono stati tagliati tutti perchè pericolosi: si erano storti, le radici venivano in superficie e rovinavano strada e marciapiede, e così per evitare che cadessero o provocassero danni, sono stati tagliati di netto…non vi dico il mio dispiacere, anche se con i miei avevamo già cambiato casa da qualche mese.

E così la mia bella via alberata non c’è più, certo, bisogna dire che sono stati sostituiti da dei micro-alberini giovani, che onestamente non so di che tipo siano, ma hanno fustini davvero snelli e chiome ancora piccole, che tra l’altro perdono le foglie in inverno, mentre i miei pini restavano belli verdi per tutto l’anno (ma questa è un’altra questione) solo che prima che riempiano un po’ gli spazi lasciati vuoti ci vorranno diversi anni.

Dentro di me è sempre rimasto il desiderio di ripiantare quei pini, ripopolare la flora mancante, consapevole del fatto che ovviamente non saranno gli stessi, ma in questo modo è come se si ribilanciasse la situazione, delle piante tagliate, saranno sostituite da altrettante nuove dello stesso tipo. Così, a settembre sono andata un giorno al mare con i miei, e in pineta abbiamo raccolto dei pinoli (qui nel mio paese non ero riuscita a trovarne nemmeno ai giardini dove ci sono ancora alcuni pini). Poi li abbiamo messi alcuni in dei vasettini e sono già spuntati dei germogli (ehm non so se tecnicamente si chiamino così, non me ne vogliano i vivaisti ;)) che stanno crescendo e stanno già prendendo la forma di piccoli micro-pinetti. Ovviamente impiegheranno molti anni prima di diventare grandi come erano gli altri, ma sarà bello vederli crescere, e se riesco, ne documenterò il processo.  Mi piace comunque anche il fatto che siano pinoli del mare dove passavo le estati da bambina, un altro luogo a me molto caro, quindi unire il ripopolamento di piante a cui ero molto affezionata ai pini provenienti da lì è una cosa che se ci penso, mi dà proprio una bella sensazione!

Quando cresceranno un po’ e dovranno essere piantati in terra, speriamo di trovare un luogo idoneo, non vorrei che rifacessero una finaccia perchè magari rovinano strade e marciapiedi, servirà  quindi un bello spazio aperto, vedremo un po’ via…

Ecco le foto di alcuni piccoli passi dei pinini… purtroppo mi sono dimenticata di segnare i giorni, quindi non ricordo dopo quanto tempo sono spuntati e quanti giorni hanno adesso che sono un pochino più grandi, però avranno più o meno un mese e mezzo, visto che non li abbiamo piantati proprio immediatamente.

Buon cammino piccoli pini! 🙂

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Clown&clown festival…racconto di uno “spettacolo” di manifestazione

Lo scorso sabato mattina sono partita con una parte del mio gruppo di clownterapia per andare al Clown&Clown festival, una manifestazione che oramai da diversi anni viene organizzata a Monte San Giusto, un grazioso paesino marchigiano.

Noi siamo andati in particolar modo per partecipare a un corso, che si teneva il pomeriggio, condotto da Patch Adams, ma abbiamo colto la palla al balzo per fermarci qualche ora in più e rimanere anche la sera per vedere spettacoli gratuiti, bande musicali, feste, colori, insomma, concedetemi il termine, è stata una figata!

Il paesino era addobbato con infinita cura e dedizione: ogni casa, ogni negozio, le vie, i palazzi, il campanile…tutto era ornato a festa per questo evento della durata di una settimana, e quindi si respirava davvero una piacevole aria festosa, colorata e accogliente.

Il corso con Patch Adams è stato molto bello, si è lavorato su un percorso emozionale, partendo da esercizi dove dovevamo dire a noi stessi “Io mi voglio bene” sotto forme e modalità diverse ( e lasciatevelo dire, non è poi così facile), fino a dover raccontare episodi personali della propria vita a perfetti sconosciuti, che partecipavano al corso insieme a noi, per allenare la nostra capacità di ascolto e di accoglienza dell’altro. Infine abbiamo fatto una specie di rito sciamanico, dove tutti insieme abbiamo mandato la nostra energia positiva e il nostro essere clown verso un volontario che si è offerto perchè stava vivendo una situazione di sofferenza.

Ho parlato e raccontato episodi a ragazzi marchigiani, baresi, romani, perchè c’era gente proveniente da tutta Italia, ed è stata una bella sensazione potersi sentire ascoltata (e poi riascoltare a mia volta) anche da chi non aveva la minima idea di chi fossi!

L’unica pecca, se così vogliamo dire, è stata la pioggia, ma fortunatamente nel momento in cui abbiamo dovuto stare per forza all’aperto per fare insieme una battaglia di polveri colorate, ballando e divertendoci come matti, ha smesso (e di questo ne siamo grati :)) perchè così è stato possibile fare questa cosa singolare, buffa e liberatoria.

La sera ci siamo fermati a cena lì e poi a vedere alcuni spettacoli (molti e tutti gratuiti) che per motivi di pioggia sono stati prontamente spostati in strutture chiuse, e  abbiamo rivisto e salutato anche due dei clown che ci avevano fatto da formatori negli anni passati, insomma, ore ricche di belle cose!

Dopo gli spettacoli, c’era musica in piazza, ma data la pioggia battente e un po’ la stanchezza ci siamo andati a riposare. Siamo stati accolti insieme a tante altre persone nella palestra cittadina, messa gratuitamente a disposizione dei partecipanti, gesto, anche questo, che dimostra un senso di accoglienza e di disponibilità nei confronti dei visitatori e dei partecipanti che vengono da fuori, segno che il paese e le istituzioni, comunque, ci tengono a dare una mano alla realizzazione dell’evento.

Il sonno non è stato proprio da pascià, dato che un po’ il non aver portato un cuscino per la testa mi ha rincriccato mezzo collo :D, un po’ la gente che faceva concertini russando in modi diversi, un po’ il via vai di persone che rientravano a ore diverse, non ha agevolato il tutto, ma per una notte si può sostenere, inoltre dormire con il sacco a pelo e il materassino mi ha ricordato i tempi delle giornate mondiali, di quando ero più giovane…di qualche anno…(altre belle esperienze).

La mattina siamo ripartiti, qualcuno si è trattenuto fino al pomeriggio, ma con il cuore contento, felici di aver partecipato a una manifestazione gioiosa, aperta e vivamente consigliata a tutti, non solo ai clown professionisti o ai clowndottori, dove si incontrano sorrisi, colori, benessere, divertimento, musica, cordialità che si mette nel proprio bagaglio e che si spera di portarsi dietro nel ritorno e nel cammino.

Alla prossima Monte S. Giusto!      :o)

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il braccialetto di questa edizione

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Osservazioni

Mi è sempre piaciuto guardare, osservare e, forse anche grazie a questo diletto, generalmente, riesco anche ad avere una buona memoria fotografica o farmi rimanere impresse delle immagini. E’ bello poter sostare sulle cose, coglierne i dettagli, non fermarsi a uno sguardo sommario o superficiale. Dietro a quest’attività ci sta, probabilmente, la curiosità, il piacere di scoprire cose, di farsi stupire dalla bellezza, dall’originalità, dai movimenti o dalla staticità, dalle peculiarità, dalla grazia di ciò che si osserva.

Qualche giorno fa mi è capitato di guardare delle formiche che scorrono, a volte, sul muro esterno di casa formando una linea verticale (non continua), lungo la quale questi piccoli esserini procedono per sensi inversi. A una prima occhiata uno potrebbe dire “ok, sono semplicemente delle formiche che camminano su un muro”, se, invece, si guardano un po’ più da vicino, e ci si dedica qualche secondo in più, è piacevole vederle indaffarate, prese nei loro gesti, nei loro rituali. E’, infatti, cosa diffusa per le formiche (o almeno quelle che si muovono nel mio muro :)) di toccarsi con le antenne, come una specie di saluto quando si incontrano venendo da direzioni opposte. Per far capire, si comportano come se due persone si dessero entrambe le mani: si scuotono le antenne, ma non sembra con fare arrogante, della serie “cavati che devo passare io” o “mi stai intralciando, non lo vedi che c’ho da fa’?”, è proprio come un cordiale saluto, o, almeno, a  me fa piacere vederlo da questo punto di vista. E’ come se le formiche si dicessero “ah vai lassù? Io provengo da lì, buon cammino e buone cose, ciao”, oppure, “eh beh, in salita è un po’ faticoso, di sicuro si fa meglio in discesa, ma forza eh, abbi cura di te, ciao!” 🙂

Questa storia delle formiche è solo per fare un esempio; spesso, infatti, se osservassimo con più attenzione, con meno fretta, con più calma si coglierebbero molte cose: si vedrebbero nuovi aspetti, i dettagli, le sfumature, si potrebbero trovare elementi che vanno oltre l’ordinario, e che spesso diamo per scontati; si riscoprirebbe, inoltre, il senso della sorpresa, della scoperta, del fatto che finchè si sta su questo mondo, c’è sempre qualcosa da imparare e da conoscere. Insomma, osservare è un’attività che lascia sempre qualcosa, oltre che donare anche pace e relax.

Ho fatto delle foto alle formiche in questione (forse ledendo un po’ la loro privacy 😉 )…anche se temo che le immagini non rendano bene il saluto che si fanno!

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rESTA TEnero il ricordo :)

In questi giorni (dove poco prima, dove poco dopo) sono finite le scuole, e ci sono ragazzi felici per l’arrivo delle vacanze estive e ragazzi in preda a crisi e ansie per l’arrivo degli esami (ho particolarmente nel cuore quelli che devono sostenere la maturità…a me creò un patema d’animo…peggio della tesi!) e riaffiorano i ricordi legati a questi attimi, a certe sensazioni che era bello sentire, e forse anche un briciolino di nostalgia che, a volte, li accompagna.

Com’erano ganzi quei momenti e quello che si sentiva negli ultimi giorni di scuola, gli istanti finali prima della campanella che decretava concluso un anno scolastico, quando ti rendevi conto che si apriva davanti a te il periodo delle vacanze… Sono sensazioni che vivi solo fino alle scuole superiori (diciamo fino al quarto, visto che in quinto prima di assaporare l’estate c’è tutto l’iter della maturità assai impegnativa), perchè all’università il sistema è diverso, gli esami incalzano anche nei mesi estivi,  e figuriamoci poi dopo con il lavoro…quindi sono emozioni che si vivono per una manciata di anni e che non si riprovano più, ma il ricordo del loro sapore rimane per sempre.

Quando si cresce, infatti, non è più come prima, e laddove si senta dire “la scuola sta per finire o è finita” non essendo una cosa che riguarda direttamente, le sensazioni non sono più le stesse, in ogni caso vedere i ragazzi che trascorrono questi momenti fa ripensare di immediato rimando a quanto era bello sentire quel soffio di libertà, quella lunga pausa calda dai banchi, dalle sveglie, dagli orari, dalle interrogazioni…(anche se c’erano i compiti estivi, ovviamente, ma meno pressanti). Quella parola “estate” portava con sé momenti di riposo, uscite durante il giorno, giri al mercato la mattina, gelati, giochi e svago, passeggiate serali, chiacchiere, campeggi, a volte vacanze, e anche un certo alone di mistero, una speranza che potesse succedere chissà cosa, che ogni anno si portava con sé, come se potesse avere qualcosa di magico.

Poi per carità, non tutte le estati sono state leggere o magiche, anzi ci sono state anche di particolarmente bollenti, come per esempio quella fra la seconda e la terza media dove per non perdere l’anno a causa dei mesi di assenza da scuola perchè malata, mi dovetti sorbire il caldo naturale (ma quello è nel suo periodo ed è anche un piacere 🙂 ), il peso delle materie da studiare per poter fare l’esame con il successivo esame di riparazione e le terapie…però andò tutto bene e questo è l’importante. Alla fine quando gli ostacoli sono superati, si sente che un po’ di fatica provata faccia apprezzare le cose ancora di più, anche se lì per lì, al momento non è sempre facile.

Per quanto riguarda il periodo del rientro a scuola, (che dichiara tacitamente terminata l’estate seppure  manchino pochi giorni all’arrivo dell’autunno vero e proprio), invece, rimane per me ancora un momento che scandisce il tempo, il susseguirsi delle stagioni. Forse il tutto è aiutato anche dal fatto che, più o meno, questo evento coincide con la festa del paese che viene fatta appena qualche giorno prima dell’inizio delle scuole, e pertanto ogni volta mi resta il senso che quei giorni di festa facciano da campanello di allarme a chi si deve render conto che sta per cominciare un nuovo anno scolastico e, oltre a lanciare questo segnale, quei giorni, si portano via l’estate per tutti, che andrà a riposarsi per un po’ di mesi prima di ritornare calda e briosa nelle nostre vite.