Inizi

Gli inizi sono una sfida, sono un’ esperienza nuova, sono un’ incognita, sono un seme piantato in attesa di spuntare e di portare qualche frutto.

Infatti gli inizi non si sa se e in quale maniera progrediranno sebbene uno ci metta tutto l’impegno e la buona volontà, perchè poi ci sono tante cose che entrano in gioco nel cammino di un inizio, che più va avanti e meno si può chiamare tale.

Certi inizi finiscono prima di svilupparsi, altri sono fatti per diventare conferme, altri cessano a un punto già avviato, altri ancora vengono intrapresi di nuovo a distanza di tempo, ma questo non si può mai sapere prima del momento in cui cominciano, lo si scopre sempre in corso d’opera.

Gli inizi sono una cosa positiva, perchè sono come i cambiamenti (che a ben pensare sono essi stessi inizi), in fin dei conti sono un po’ l’essenza della vita, dell’evoluzione, della crescita, della trasformazione.

E se è vero come dice un detto che chi ben comincia è a metà dell’opera, che dire? Buoni inizi a tutti…almeno a uno stadio intermedio ci si arriverà! 🙂

 

Niente è perduto…

Forse è vero che niente è perduto per sempre. Forse nelle cose, nella vita che percorriamo, come Pollicino, ci lasciamo dietro pezzettini, piccole briciole, che a volte ritroviamo, che ritornano sui nostri passi, fra le nostre mani, davanti ai nostri occhi, ricompaiono improvvisamente e inaspettatamente, come un regalo, una sorpresa…

Qualche anno fa ero stata rapita dalla bellezza di una musica che avevo sentito in una pubblicità. Non sapendo il nome, il compositore, né nulla al riguardo, le mie ricerche si rivelarono vane. Fu inutile provare a cercare nei motori di ricerca il nome del prodotto sponsorizzato, su youtube, niente…più la cercavo, e più non riuscivamo ad avvicinarci.

Oggi, stavo chattando con un’amica, e parlando, anzi scrivendo ;), mi suggerisce di ascoltare un musicista. Lo vado a cercare su youtube, e devo dire che mi piace appena sento le prime note di una canzone che clicco a caso, poi mi propone di ascoltare “Seconda Navigazione”, incuriosita vado… Mi sembra familiare da subito, ma non ricordo bene, mi pare di averla già ascoltata, forse nella colonna sonora di un film, glielo chiedo, ma non è sicura. Cerco allora qualche notizia sul compositore, e trovo che questo brano era stato usato per una pubblicità… allora si sono aperti dei cassettini nella memoria ed è tornato alla mente che questa era proprio la melodia che mi aveva impressionato positivamente anni fa,  e che avevo cercato invano.

E così, questo evento mi ha fatto pensare a come le cose nella vita, a volte, seguano un loro filo…è come se un gomitolo ci cadesse per terra dalle mani, si srotolasse, si intrecciasse allontanandosi da noi, e poi, così, all’improvviso mentre non ci pensiamo più, mentre ci siamo quasi dimenticati di quel qualcosa, questo si ripresentasse a noi, come il dipanamento di una matassa, e ci ritrovassimo il gomitolo riavvolto in mano, senza neanche sapere come.

Così, mi viene da pensare che, alla fine, non si perde niente, che anche se, spesso, rimaniamo inconsapevolmente incuriositi dall’evolversi degli eventi, e non capiamo le strade e i percorsi che prendano, niente se ne va del tutto, fino in fondo. A volte anche le cose che apparentemente scompaiono e si allontanano non ci abbandonano mai completamente, ci sarà sempre un filo che si attorciglia, che quasi si spezza, ma che lascia una scia dietro sé che può esser anche ripercorsa a ritroso, una chiave poi ritrovata, un ricordo riacceso, un interrogativo disciolto… Quello che incontriamo, che ci succede, ha una ragione, un motivo, magari nascosto o incompreso, e si porta dietro un bagaglio, a volte, smarrito, ma che non scompare mai nel nulla.

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Se volete ascoltarla, la canzone è questa: http://www.youtube.com/watch?v=dlSxEa8uXFM è veramente bella, è stata una piacevole riscoperta 🙂

Quando passa il treno

trenoSi dice, spesso, che il treno delle occasioni vada preso quando passa, senza tanti ripensamenti né esitazioni…ma non è mica sempre tanto facile!

Infatti per salire su di un treno si devono combaciare alla perfezione una serie di eventi, successioni temporali che si incastrano per far sì che quando si presenti alla stazione, noi siamo lì pronti a infilarci attraverso le sue porte con tutto l’occorrente senza, magari, essersi dimenticati la borsa o la valigia altrove.

Allora, occorre impegnarsi: dobbiamo rimettere la sveglia abbastanza in tempo, prepararci, fare la colazione (per chi la fa), raccogliere le cose che ci servono, uscire di casa e dirigerci verso la stazione. E se quella mattina il caffè si rovescia per terra? E se ci accorgiamo di aver infilato la maglia al contrario? E se ci dilunghiamo nel trovare le chiavi di casa per chiudere la porta? E se il semaforo rimane rosso troppo a lungo obbligandoci a sostare qualche prezioso secondo in più? E se si trova occupato il solito parcheggio che è quello più vicino alla stazione? E se troviamo un’anomala fila alla biglietteria? D’altronde i treni, le occasioni, soprattutto di questi tempi, sono cercati e sperati da tanti. E se… Possono esserci millecinquecentonovantasei “SE” che opportunamente o inopportunamente possono intervenire e interporsi fra noi e quel treno, e far sì che ne sia annunciato l’arrivo (che poi nella realtà, purtroppo o per fortuna, le occasioni non hanno quasi mai megafoni e altoparlanti che le annunciano anzitempo, dandoci modo di saperlo e di prepararci, spesso “bam!”, arrivano così, a bruciapelo, senza preavviso, e bisogna solo esser pronti o non pronti a coglierle…dipende dal treno!), che si fermi, faccia scendere chi deve e salire gli altrettanti pazienti cercatori di occasioni, chiuda le porte e con un fischio (che determina la fine del tempo utile per prenderlo) del capostazione ricominci piano piano la sua corsa verso la destinazione, e che con quella flemmatica partenza noi, che non siamo riusciti a salire in carrozza, vediamo sfumare altrettanto lentamente l’occasione. Questa, infatti, si allontana dalla vista alla stessa andatura del treno, perchè, come abbiamo detto occasione e treno sono la stessa cosa, una metafora da sempre abbinata, forse perchè è particolarmente calzante e rende bene l’idea.

Se, insomma, il treno non siamo riusciti a prenderlo [a me una volta è successo con un vero treno di toccarne il pulsante per l’apertura delle porte, e di vederlo partire sotto al mio naso, pensando che io rimanevo a piedi, ma che la mia impronta sarebbe riuscita a giungere a destinazione, ma questo è un aneddoto, ed è un’altra storia… ;)] lì per lì rimaniamo spiazzati, proviamo un po’ di disappunto, in fin dei conti il nostro orologio segna proprio in questo preciso istante l’orario spaccato, ma questo poco conta, se l’orologio che comanda è quello del macchinista, che evidentemente spaccava proprio qualche momento prima del nostro…Insomma, dopo un leggero sbigottimento, ci si aggira con fare paziente tra la folla che, come noi, attende: in piedi, sulle panchine, appoggiata a qualche muro, girellando, si controlla il cartellone degli orari e si guarda quando passerà il primo treno (o combinazione di treni) utile alla nostra destinazione e si aspetta in stazione, per evitare di perdere anche il successivo.

Perchè anche se un treno se n’è appena andato, ci sarà di sicuro un altro a seguire, forse intervallato da qualche pausa (più o meno lunga) di attesa, ma un altro treno passa sempre, questo è [quasi ;)] garantito! Magari sarà più scarcassato, o forse più moderno, sarà più veloce o forse si fermerà in tutte le stazioni andando un po’ a rilento, sarà più nuovo, o forse più affollato e non si troverà posto a sedere al suo interno, sarà più costoso perchè più confortevole e rapido, o forse si romperà un pezzo a pochi chilometri dalla partenza, ma nonostante gli scioperi e le mancate manutenzioni alle linee, di sicuro alla stazione un altro treno, prima o poi, si ferma.

E chissà che quello che passi dopo non sia proprio quello che dovevamo prendere perchè in ritardo (come noi) e quello che abbiamo appena perso non sia quello che doveva partire un’ora prima? Non si sa mai, del resto in questo Paese le ferrovie sono piuttosto famose per il funzionamento poco “svizzero” dei treni che circolano! 😀

Oh, e magari si potrà anche, con un accenno di soddisfazione, pensare: “finalmente, treno, sei arrivato…ero giusto qui che ti stavo aspettando!” 😉

I sensi dell’ “ormai”

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Qualche giorno fa pensavo un po’ a questa parola, a come, a volte, il suo significato sia avvolto da una resa, da inerzia, da una situazione di comodo (o di scomodo, questo dipende) da cui non si vuole però smuoversi veramente. “Ormai” è una parola che spesso viene usata come per dire che non c’è più niente da fare, che il tempo dell’azione è passato o non è quello attuale, che le cose non devono cambiare o non si vuole che mutino. “Ormai”  è una parola che talvolta si usa anche un po’ per mascherarci, per nasconderci dietro a qualcosa che, forse non va bene, ma va anche bene allo stesso tempo, perchè chi vuole combattere per una cosa qualunque, non sto qui ora a elencarle, non si giustifica con un “ormai”. Chi ha volontà di fare qualcosa la fa, nonostante le situazioni rimangano invariate, immutate o peggiorino addirittura; la mente di chi fa almeno il tentativo, di chi non rimane immobile non pensa “ormai”, pensa “prova, male che vada non cambierà niente, ma almeno ci avrai provato”.

Tra l’altro la parola “ormai” , a pensarci bene, è un po’ bizzarra: è formata da due parti, da due parole: da ORA e da MAI che già di loro sono contrastanti. Infatti ORA, il tempo del presente, dell’attualità, dell’agire adesso, è in disaccordo con MAI, un non-tempo, un momento inesistente, che non si compirà, non avverrà.

Quante volte usiamo questa parola con un senso di scoramento, gettando la spugna, lasciando perdere, facendo andare qualcosa così, senza apportare il nostro contributo perchè non abbiamo la voglia o la forza o il coraggio di farlo, e quante volte, invece, è usata come un prendere atto che nonostante tutto, non si può proprio più fare niente, e le situazioni devono seguire le pieghe prese?

2012 / 2013

Siamo a fine dicembre, come al solito si concludono e si sentono fare bilanci di ogni tipo, statistiche di ogni sorta che accompagnano gli ultimi giorni di un anno per portarci verso quello che sta per arrivare fra poche ore.

Spesso si sentono fare commenti tipo “ah che annataccia”, “menomale che è finito”, “speriamo meglio in quello che arriva” o cose del genere, più difficilmente si sentono fare apprezzamenti positivi, forse perchè siamo più soliti lamentarci o notare quello che non va, piuttosto che quello che va, o forse perchè il piangerci addosso e il sentirsi sfortunati prendono, a volte, troppo la mano sul loro contrario. In realtà il pensare la vita in anni, da una parte, è una convenzione temporale che è utile, ci serve a fare riferimenti, a suddividere i ricordi, gli eventi, le cose, ma in realtà la vita è fatta di un continuum, un insieme di giorni, di ore, di minuti. Il tempo viene suddiviso per comodità, ma nella realtà scorre semplicemente, non ha un limite preciso, quello gli viene dato da noi umani; il tempo va e se ne infischia delle nostre convenzioni, dei nostri conteggi.

Sperare che le cose vadano meglio, è naturale, soprattutto quando non procedono proprio alla grande, ma accanirsi contro un anno, maledicendolo, o non vedendo l’ora che finisca, perchè magari è stato particolarmente duro e difficile, non mi è mai piaciuto…Non esistono confini delimitati, prendersela con un anno, con un tempo vissuto, è come maledire se stessi, la propria esistenza, poi per carità, ognuno fa come si sente, però, magari basta sperare nel meglio senza inguastirsi troppo. In fin dei conti, volenti o nolenti, nel bene e nel male, il tempo che viviamo, anche quando è irto di difficoltà, di cose a volte poco piacevoli, è sempre parte del nostro soggiorno terrestre, e in base a come lo affrontiamo diventiamo quelli che siamo. Inoltre, a volte, anche gli ostacoli, i momenti più ardui sono quelli che ci danno più spinte, che ci fanno capire l’importanza di certe cose, che ci danno motivazioni per andare avanti e per sperare nel meglio.

A poche ore che ci separano dal 2013, calendariamente parlando, che dire? Auguro e spero che ognuno si guardi dentro, si conosca sempre di più, che trovi la felicità in sé, nella propria esistenza, piuttosto che solamente negli eventi favorevoli, che ognuno si possa impegnare a dare il meglio di sé, a seminare nel proprio piccolo l’amore, il rispetto, l’amicizia, la disponibilità, l’ascolto, la solidarietà, la condivisione, la pazienza [ che a volte ce ne vuole taaaanta 😉 ]…perchè forse, se ognuno prova a piantare semi positivi nel proprio orticello, piano piano, le piante che ne vengono fuori, possono invadere anche spazi più ampi. Ci lamentiamo spesso di come vanno le cose, nel nostro Paese, nella società, nel mondo, ma tutte queste realtà sono formate da individui. Non sono solo le istituzioni e la politica a dover imparare a gestire e a occuparsi di certe cose. Se gli orti sono sterili, per quanti sforzi faccia il contadino, questi daranno ben pochi frutti. Il cambiamento deve nascere dalla gente, a mio avviso! Pertanto spero davvero che ognuno ci metta un po’ di impegno, questo mi auguro, perchè un futuro migliore è possibile secondo me! Buon 2013, Buon Tempo a tutti!

Frascafresca

 

Luce, buio, luce, buio, luce…

[Alcuni giorni fa ho letto una delle tante citazioni che spesso mi passano davanti, e dato che parlava di questo argomento mi ha fatto un attimo soffermare a pensare alle lucine, che a volte sono un po’ come noi che ci accendiamo e ci spengiamo con noi stessi, con gli altri, e con la vita stessa. La citazione è alla fine.]

Si avvicina il Natale, e già da giorni si vedono tanti addobbi e luci decorare e inerpicarsi su case, alberi, cancelli, strade, negozi…

Le luci fanno festa, danno colore e calore, fanno atmosfera e inevitabilmente catturano l’attenzione con tutto il loro andirivieni di sbrilluccichii.

Le lucine sono di un’infinità di forme, di moltissimi colori diversi, ognuna di loro crea una scia, un lampo e ha una sfumatura, una forma particolare, o una caratteristica che, se da una parte la accomuna alle sue simili, dall’altra la rende differente. Ne esistono davvero una miriade, basta guardarsi appena un po’ intorno per rendersene conto.

Le luci vanno e vengono, si accendono e si spengono, fanno dei giochi di intrecci, di colori, sono intermittenti, un momento risplendono e illuminano tutto, il momento dopo, invece, fanno risaltare il buio. Le luci appaiono all’improvviso e, a volte, di colpo vanno via o smettono di illuminarsi. Funzionano con il loro ritmo di accensioni e spengimenti e poi zac!, un giorno, in un momento inaspettato non si accendono più. Non danno il preavviso, semplicemente non partecipano più al gioco di intrecci luminosi a cui davano il loro apporto fino a poco prima. A volte è un semplice guasto, e allora si cerca di rimediare, si avvita meglio la lampadina, si prova a sostiturila nel caso che si sia fulminata, si soffia via la polvere pensando che sia di intralcio ai delicati sistemi elettrici, si immagina che possa esserere un problema di contatti e allora si mette del nastro sul filo per provare a stringere i connettori, i sottili filamenti interni… A volte questa cura fa effetto e le lucine spente riprendono il funzionamento precedente, altre volte, invece, è del tutto inutile, e per quanto impegno si sia messo nel cercare di aggiustare il difetto o il problema, quella lucina non tornerà ad accendersi, e lascerà un vuoto luminoso che, anche se non compromette il funzionamento del resto del filo, in quanto le luminarie continueranno la loro intermittenza, né l’eventuale accensione di altri nuovi fili, è comunque un chiarore mancato, una lampadina o un led che con la sua tipicità non dà più il suo contributo luminoso a quel raggruppamento di lucine. Forse si è fulminata troppo presto, forse è stata fabbricata in modo difettoso, forse un po’ di umidità ha compromesso il suo sistema, forse ha preso qualche botta sballottata dal vento, forse avrebbe potuto illuminarsi ancora…chi lo sa. Forse è naturale così, le luci vanno e vengono, funzionano e si fulminano, così come non è sempre giorno né è sempre notte, così come serve la luce del sole e il buio appena rischiarato da un filo di luna o dal leggero pulsare delle stelle. Ogni cavo è fatto di tante luci, non tutte si accendono insieme, non tutte vanno via nello stesso momento, non tutte interrompono il loro funzionamento contemporaneamente. Ovviamente ognuna è importante, ma anche se alcune non si riaccenderanno più il filo continuerà a illuminarsi e spengersi, pur con le luci mancanti, finchè sarà in condizione di farlo, finchè sarà il suo momento.

 

luci

“E’ Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese.” (C.Bukowski)

Silenziosamente

Questo tema già era stato un po’ trattato in quest’altro articolo del blog l’anno scorso…ci riguardo ora, ed è quasi incredibile scoprire come sia stato proprio lo stesso giorno, infatti, quello che sto per scrivere adesso l’ho buttato giù sulla carta proprio ieri…che strano, l’ho notato adesso! Si vede che il 18 di novembre mi ispira “silenzio”…

Il silenzio, a parte essere un gioco per bambini ideato per farli stare più tranquilli e composti, e una canzone triste che viene eseguita durante le cerimonie ufficiali per la morte di qualcuno, che cos’è? Dove lo troviamo?

Il silenzio fa parte della realtà esterna e interna di ognuno: ci sono, infatti, momenti in cui tutto tace nella vita di ciascuno tutti i giorni, delle pause dove non si odono e non si producono suoni, fragori, parole, frastuoni ecc. il silenzio è una dimensione che permette di ritirarci in noi, è il sottofondo dei nostri pensieri, perchè la mente pensa, lavora, si dibatte in mille attività e coordinamenti in continuazione, ma silenziosamente, infatti, i pensieri e la materia grigia del nostro cervello non producono nessun rumore, nessun suono né sibilo, solo silenzio.

Il silenzio, ovviamente, quando è continuo è terribile, penso per esempio ai sordomuti, a coloro che non hanno la possibilità di sentire né di emettere nessun tipo di anti-silenzio, che vivono isolati dalla realtà sonora in ogni attimo e che non possono percepire e scoprire la differenza di ciascun rumore: il timbro diverso di ogni voce, il verso caratteristico delle varie specie animali, il suono degli strumenti, della musica, il rumore tipico degli oggetti, quello di un regalo che viene scartato, di una penna che scorre su un foglio, dei piedi che si appoggiano sulla strada per camminare, degli utensili da cucina con cui si prepara una torta, del vento che soffia, del campanello di casa che trilla quando qualcuno passa a trovare, delle campane che suonano a festa, delle ruote di una bicicletta che si muove, ma anche dei tuoni, dei dolori e dei pianti, dei singhiozzi, delle porte che sbattono, dei vetri che si rompono…di nulla. Vivere in una realtà impregnata di silenzio, di sicuro non deve essere una cosa piacevole. Ma anche vivere nell’opposto, in un mondo privo di silenzio lo è… ci sarebbe da perdere il senno se non esistesse nessuna tregua per l’udito, se fossimo bombardati da rumori di ogni sorta continuamente.

In realtà, come nella musica è il silenzio fra le note che ci fa percepire la melodia, così, anche per tutto quello che udiamo è il silenzio che circonda quei rumori che ce li fa cogliere e che dà loro un senso. Se ogni suono, ogni parola, ogni rombo fosse ripetuto di continuo senza pause, senza stacchi non riusciremmo neanche a capire di cosa si tratterebbe, sarebbe un frastuono, un fracasso perenne e fastidioso.

Il silenzio ha un suo significato perciò, ed è qualcosa che ci aiuta a capire meglio la dimensione rumorosa che ci circonda, in cui ci troviamo immersi, e ci aiuta anche a metterci in contatto con la nostra parte più profonda.

Spesso, infatti, per connetterci con noi stessi, per pensare, per capire quello che concepiamo, che proviamo, che sentiamo, per ascoltarci meglio, abbiamo bisogno di un po’ di silenzio, di trovarci in compagnia di noi stessi e del nostro bagaglio da svuotare e da decodificare.

E quando il silenzio si riceve dagli altri o si dà a loro, come sarà giusto interpretarlo?

Il detto dice “chi tace acconsente”, ma acconsente cosa? Non tutti i silenzi rimangono sospesi su un sì o su un no, non sempre ci sono domande, richieste più o meno espresse, qualche volta sì, ma non è detto. A volte diamo o raccogliamo silenzi che rappresentano pause, perchè magari si è presi e impegnati da mille cose che neanche ci accorgiamo del silenzio che aleggia, altre volte è un momento preso per riflettere, altre ancora è imbarazzo, altre è fuga, altre è l’anticipo o il preavviso di una ricomparsa, altre è rabbia, rancore, vendetta, fastidio, confusione o nel peggiore dei casi, indifferenza, altre è, invece, l’inizio di una partenza, di un congedo, di un andarsene da qualcuno o da qualche posto per non farvi più ritorno.

Perciò ogni silenzio, a suo modo, ha un significato più o meno celato, un messaggio intrinseco, anche se, spesso, non si sa quale sia fino in fondo, a meno che non venga rotto per fornire la sua spiegazione.

Il silenzio fa parte della vita e della morte; infatti è la dimensione che accompagna il termine della vita di qualcuno alla sua destinazione finale. Chi muore si ritrova nel silenzio completo, mentre la vita che continua a scorrergli intorno vive nei rumori che la morte porta con sé: lacrime, pianti, preghiere, ricordi, parole di conforto… Il silenzio accompagna l’anima verso il suo luogo, e contribuisce a far comprendere il senso dell’intera vita vissuta. Da una parte ho letto che nei primi minuti in cui uno è morto il cervello continua la sua attività cerebrale ripercorrendo l’intera esistenza, quindi è necessario del silenzio, e molto, per scorrere tutta una vita e la sua colonna sonora di rumori, una pausa che permetta all’anima di raccogliere  in sé le esperienze della vita terrena prima di essere accolta da quella spirituale della quale torna a fare parte.

Parole, parole, parole

Le parole, sostanza quotidiana della comunicazione…quante se ne dicono, leggono, scrivono, odono, pensano in un giorno? Davvero tante, a migliaia. Se non esistessero, come riusciremmo a dare un nome, una certa sorta di concretezza a quello che il nostro cervello produce? Chissà come sarebbe pensare determinate cose, senza poter riuscire a esprimere il corrispettivo in parole…non è poi così lontano da quello che succede a volte, soprattutto a me, quando mi trovo sprovvista di quelle appropriate, ma come sarebbe se non esistessero affatto? Se qualsiasi cosa, da un oggetto, a una sensazione, a una persona, a un’emozione, a un concetto, non avesse una parola per definirlo, per far capire agli altri a cosa ci stiamo riferendo, come sarebbe? Poco piacevole, a mio avviso, un regno di incomunicabilità.

Le parole servono per dare una forma ai nostri pensieri, alle sensazioni, ai bisogni, ai desideri, a tutto quello che ci sentiamo di trasmettere, che in un modo o in un altro cerchiamo di comunicare attraverso qualche mezzo. C’è chi predilige la scrittura, chi un comizio, chi una canzone, chi un discorso, chi uno sguardo o un gesto, perchè in realtà anche quelli parlano, anzi, forse perfino più delle parole vere e proprie, e per chi non può esprimersi attraverso i mezzi consueti diventano la fonte principale per relazionarsi con gli altri, per comunicare.

Le parole, a volte non sono sufficienti a simboleggiare quello che sentiamo o che ci passa per la testa, perchè non è sempre facile tradurre  tutto quello che si sente attraverso questi insiemi di lettere. Altre volte, invece, vengono usate con leggerezza, o con troppa facilità, forse ancor prima di esser ben chiare o identificate nel cervello di chi le emette, e possono assumere risvolti che non erano stati previsti o voluti. Infatti, le parole sono anche sorgente di malintesi, di offese, di illusioni, e di quant’altro…

Personalmente, mi riesce meglio (ma forse neanche poi più di tanto) di usare le parole in forma scritta, perchè con quelle vocali, spesso, non riesco ad esprimermi nel modo giusto, a volte si fermano in gola, altre ancora in testa, altre sono vittime della vergogna, della timidezza, o di altre sensazioni tipo la rabbia o la delusione, quando capita di sentirsi trattati a pesci in faccia o in un modo poco gradevole (per fare qualche esempio).

Le parole sono importanti, come dico io, non hanno massa, ma hanno un peso, perchè hanno un significato loro e inoltre ne assumono altrettanti negli interlocutori, perciò andrebbero emesse con cura, con attenzione, e non così tanto per. Andrebbero scelte, ponderate, valutate prima di essere prodotte, perchè una volta che escono, poi, non si possono rimandare dentro; certo, si possono sempre usare altre parole per calibrare il tiro di quello che è già stato comunicato, ma non si possono cancellare né quelle belle, né quelle brutte, né quelle scritte, né quelle parlate. Le parole una volta che hanno preso vita non si estinguono, rimangono in un certo limbo, anche se poi le condizioni cambiano e le cose si modificano e si evolvono. Perchè quel che è stato detto è stato detto, quel che è stato scritto è stato scritto, altre parole seguiranno, i fogli possono bruciare o esser distrutti, ma un’esistenza per le parole che si sono affacciate al mondo resta, pur se la loro validità muta nel tempo.

In fin dei conti potremmo quasi dire che le parole che produciamo, sono un po’ la nostra p(Ⱥ)role 🙂

Ho trovato un paio di citazioni che mi sembravano pertinenti al tema trattato, eccole:

«Tu vai pazza per le parole, vero?” – Guardò Lenore. – “Vero che vai pazza per le parole?”
“Cioè? Che significa?”
“Significa che mi dài l’idea di una che va pazza per le parole. O forse pensi che siano loro a essere pazze.”
“In che senso?”
Lang guardò nel tavolino di vetro, poi si toccò distrattamente il labbro superiore, con un dito.
“Nel senso che le prendi terribilmente sul serio”, – disse. – “Tipo come se fossero un bisturi, o una motosega che rischia di tagliarti con la stessa facilità con cui taglia gli alberi». (D.F.W.)

“Ho imparato…che ognuno dovrebbe rendere le proprie parole soffici e tenere, perchè domani potrebbe doverle mangiare”  (P.C.)

Confini labili

I confini che dividono una cosa dal suo opposto, spesso, sono davvero molto sottili, e oltrepassarli diventa non troppo difficile, anzi, anche senza volerlo, assai di frequente, ci si ritrova ad averli varcati senza neanche accorgercene.

Sono davvero molto sottili i confini che delimitano l’empatia dall’intollerabilità, la comprensione dall’incomprensione, la simpatia dall’irritabilità, il desiderio di condivisione dal sentirsi braccati e oppressi, il desiderio di conoscere e di farsi conoscere dall’ingenuità, il fare una cosa con il cuore dal farla risultare quasi spiacevole, il buttarsi dal frenarsi o dall’essere già caduti, il fare una cosa che sembra giusta dal fare quella che, invece, è quella sbagliata.

Spesso quando si superano i confini sottili abbiamo dalla nostra fraintendimenti, scorrette interpretazioni, desideri più o meno consapevoli che quello che viviamo prenda dei risvolti che ci piacerebbero o che ci potrebbero andare a genio, erronee considerazioni, mancate riflessioni o attenzioni dei punti di vista altrui.

I confini sono così sottili che, spesso, è più facile trovarsi dove non vorremmo, pensando, invece, di essere dalla parte dove ci piacerebbe sostare. E allora con i confini sottili le cose, le situazioni, le persone, le idee, le intenzioni, i desideri, le percezioni si mescolano in un grande calderone e assumono nuove sembianze, risvolti ignoti che non si sa come si combineranno, perchè i confini sono tutti così sottili e fragili che possono intrecciarsi ed essere oltrepassati in ogni momento, e a volte, forse, anche con…fini sottili.

Trasparenze

Trasparenza…ecco un’altra parola dalle molteplici valenze…

Mi piace trovarla nelle cose, nelle persone, quando ti si presentano nella loro essenza, nella loro semplice onestà, quando non sono tanto infiocchettate e costruite solo per annebbiarti un attimo i sensi, quando sono realisticamente loro stesse. La trasparenza è una bella caratteristica, a mio avviso, trasmette una sincerità che non ha bisogno di maschere e che mette in mostra ciò che c’è, nel bene e nel male. La trasparenza è diretta, dà quello che può, non si inventa cose che non può permettersi, non fugge dalle cose e dalle situazioni poco comode, affronta se stessa e gli altri, fa i conti con le proprie sensazioni e con i propri limiti. Non crea illusioni, non cerca di passare per quello che non è, non si inventa ruoli che non le appartengono o che non sono consoni ai propri panni, la trasparenza è umile e modesta ed è sinonimo di rispetto per se stessi in primis e poi anche per gli altri.

La trasparenza è anche uno stato, una condizione di certi oggetti, di materiali e richiama, appunto, la capacità di potere vedere attraverso di loro, o al loro interno, cosa c’è in realtà. Essa permette all’occhio nudo  di osservare, di capire e di vedere quello che c’è senza bisogno di altri mezzi; senza altri ausili, così, può captare l’essenza delle cose.

Finchè è un mostrarsi per come si è la trasparenza si rivela come un fattore altamente positivo, ma a volte, ahimè, non sempre risulta in questo modo, ed ecco che qui entra in gioco un altro significato di questa parola. Ci sono, infatti, a volte  persone, animali, cose ed oggetti, magari anche in condizioni particolari o di difficoltà, in cui non ricevono considerazione, ma indifferenza, non sono ascoltati, non vengono visti, coinvolti, aiutati, ecc. In questo caso la trasparenza assume un’altra caratteristica, viene vissuta come una cosa passiva, e perde tutta quella bellezza e quella valenza che, invece, ha nella sua accezione positiva.

Se vissuta consapevolmente, scelta liberamente e praticata attivamente, la trasparenza è una qualità preziosa, da elogiare, soprattutto al giorno d’oggi in cui spesso si punta più sull’apparire che sull’essere e dove le persone, a volte, si costruiscono figure da ostentare che offuscano la natura nitida di ognuno. Pertanto la trasparenza è un valore da riscoprire e da apprezzare quando si mostra in ciò che ci circonda.